a cura di Mark William Lowe
Quando il controllo britannico del Somaliland (regione autonoma del nord della Somalia) terminò il 26 giugno 1960, la nuova nazione indipendente, come scoperse con sua sorpresa il capobanda dei Royal highland fusiliers durante una cerimonia per celebrare la fine del dominio coloniale del Regno Unito, non aveva un inno nazionale. Aveva, però, un parlamento funzionante, che solo due giorni dopo approvò un atto di unione con l’ex colonia italiana della Somalia.
Hargeisa rimaneva la capitale del Somaliland, ma il controllo politico sarebbe stato affidato al parlamento di Mogadiscio. La nuova nazione indipendente non era più indipendente. L’atto di fede nei confronti della Somalia si sarebbe rivelato un errore catastrofico: in meno di un decennio la repubblica somala sarebbe crollata e il suo governo sarebbe stato sostituito da una giunta marxista guidata da Siad Barre, il generale che divenne dittatore.
Al momento della morte di Barre, la Somalia era sinonimo di guerra tra clan e del caos da cui non si è ancora liberata. Tre decenni dopo essersi unita alla Somalia, il 18 maggio 1991, Hargeisa annunciò che il paese non avrebbe più accettato il governo di Mogadiscio e che da quel giorno il Somaliland sarebbe tornato a essere una nazione indipendente. Se la prima esperienza di indipendenza del Somaliland è durata meno di una settimana, la seconda è continuata per trent’anni e, visti i risultati delle ultime elezioni politiche, sembra tenere bene. C’è, tuttavia, un problema particolarmente significativo: nonostante il Somaliland funzioni come uno stato nazionale, con propri passaporto, valuta, bandiera, governo ed esercito, non è stato riconosciuto a livello internazionale. Il Somaliland è una nazione che semplicemente non esiste.
Elezioni e ambizioni
All’inizio di giugno di quest’anno, inaugurando una nuova era politica, i partiti di opposizione in Somaliland hanno rivendicato la vittoria nelle prime elezioni parlamentari del paese dal 2005. La coalizione Ucid e Waddani ha conquistato 52 degli 82 seggi della Camera dei rappresentanti e il partito Kulmiye ha vinto i restanti 30. In quella che è risultata una procedura ben organizzata e democratica, i dati preliminari indicano che l’affluenza è stata di quasi il 70% dei 1.065.847 elettori registrati. Il governo di coalizione appena eletto dovrà affrontare una serie di questioni critiche. La prima e più ovvia è lo status del Somaliland come nazione di fatto, ovvero il non riconoscimento internazionale di questa condizione. Mentre il principale ostacolo sembrerebbe l’opposizione della Somalia all’indipendenza del Somaliland, bisogna anche tenere presente che ci sono altre capitali dell’Africa orientale che sostengono la posizione di Mogadiscio e, in silenzio o meno, si oppongono con forza alle ambizioni di Hargeisa. Il timore più grande è che un Somaliland indipendente e riconosciuto a livello internazionale possa dare slancio a simili ambizioni e portare a fratture in altre parti della regione, uno scenario che preoccupa più di un governo. È in questo difficile contesto che il nuovo esecutivo dovrà puntare con attenzione sullo sviluppo economico, sfida complicata dalla necessità di mantenere relazioni forti e positive con i paesi vicini, incoraggiando al contempo gli investimenti diretti dalle nazioni più lontane.

