Non sembra sia più di moda parlare di sostenibilità, nonostante una serie di segnali ci indichino che i limiti planetari non dovrebbero essere superati nel rispetto delle generazioni future. Fondi&Sicav fa il punto su questo tema all’interno dell’industria del risparmio gestito con Wolfgang Pinner, head of corporate responsibility di Raiffeisen Capital Management.

Quale fase sta attraversando l’investimento sostenibile?

«Lo definirei un periodo di riorientamento dove dall’euforia si è passati alla resilienza pragmatica, mentre l’introduzione dei criteri di sostenibilità nei processi d’investimento è più che mai urgente: le ragioni sono sotto gli occhi di tutti e il cambiamento climatico ne è la cartina tornasole. Ciò nonostante, la sostenibilità è un concetto sottoposto a una notevole pressione politica ed economica. Individuerei cinque aspetti che caratterizzano la fase attuale. Il primo è che, dopo tanti anni, l’investimento sostenibile viene valutato per gli impatti reali che produce dagli stessi gestori, limitando in questo modo il rischio di greenwashing. Il secondo è il ruolo delle imprese, sulle quali si è riversata una serie di regolamentazioni e normative che la Ue sta cercando di razionalizzare e semplificare. È il caso della direttiva “omnibus”, un’iniziativa legislativa che raggruppa diverse modifiche o revisioni di testi esistenti in un’unica proposta. si tratta della semplificazione degli “obblighi delle imprese relativi alla rendicontazione di sostenibilità e al dovere di diligenza ai fini della sostenibilità”. In questo modo vengono ridotti la complessità e gli ostacoli burocratici per rendere le misure più facili da applicare e, sostanzialmente, più efficaci. Il terzo tema riguarda il clima. Nell’Unione si è passati da un Green Deal a un Clean Industrial Deal, una serie di azioni concrete volte a trasformare la decarbonizzazione in un motore di crescita per le industrie europee. L’obiettivo del programma non è solo la sostenibilità, ma anche la competitività delle aziende europee. Il quarto punto è  gli armamenti, in merito ai quali alcuni asset manager hanno cambiato opinione dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, così come è aumentata la discussione sui criteri di esclusione, ossia i filtri a monte che eliminano alcuni settori, industrie o paesi nelle decisioni d’investimento. Infine, i sottoscrittori dei fondi sono ancora interessati a investire nella sostenibilità, ma lo vorrebbero fare solo nei casi in cui quest’ultima diventi veramente un obiettivo per bilanciare l’efficienza economica con la tutela dell’ambiente e il benessere sociale».

L’introduzione della Sfdr, che prevede la richiesta di trasparenza ai gestori sui criteri Esg, ha aiutato la diffusione di soluzioni che immettono la sostenibilità nelle loro analisi?

«Indubbiamente sì e si è visto l’apprezzamento degli investitori salire per questo tipo di strategie. Ma ritengo che, a migliorare ulteriormente l’offerta, siano le proposte contenute nella nuova Sfdr (Sfdr 2.0), nella quale ci sono modifiche che mirano a superare le criticità che rendevano difficile l’applicazione di una serie di norme presenti nella prima stesura della regolamentazione, semplificandole, chiarendole in modo da stimolare gli investimenti sostenibili nel lungo periodo. Si tratta di specifiche standardizzate che costituiscono un prerequisito per l’uniformità del mercato e la possibilità di comparazione tra i prodotti. Se queste indicazioni fossero accolte, allora credo che si potrebbe avere un processo di definizione e applicazione di regole più elevato, con procedure che migliorerebbero la trasparenza per tutto il mercato e conterrebbero ulteriormente il rischio di greenwashing. Per il momento, però, la Sfdr 2.0 è solo una bozza».

Lei ha menzionato i criteri di esclusione facendo uno specifico riferimento agli armamenti. Qual è la sua opinione a tale proposito?

«A mio avviso, si deve distinguere tra armi controverse e armi convenzionali. Per quanto riguarda la prima categoria, la maggioranza dei gestori fa proprie le indicazioni che derivano dalle convenzioni internazionali (di Ottawa e di Oslo sul disarmo unilaterale) per rafforzare l’etica finanziaria, con qualche differenza che concerne le armi nucleari. In Italia sono state recepite dalla legge n. 220 del 2021, che vieta il finanziamento e “l’investimento, diretto o indiretto, in società che producono, sviluppano, riparano o vendono mine antipersona, munizioni e submunizioni a grappolo”. In merito alle armi convenzionali, il cambiamento ha riguardato la possibilità di investire in più titoli di quanto non fosse prima concesso ed è possibile che sia stato il contesto generale a fare sì che ciò accadesse, visto l’aumento dei conflitti a livello mondiale. Faccio questo lavoro da 35 anni e più volte mi sono trovato nella situazione in cui, in qualità di portfolio manager, ho sentito le pressioni di chi mi chiedeva perché non avessi in posizione determinati titoli che avevano un elevato consenso in borsa, ma non rientravano nel mio perimetro di azione. Bisogna imparare a gestire le richieste esterne e non modificare le proprie politiche d’investimento perché un settore è tornato in auge sul mercato. È per questa ragione che, in Raiffeisen Capital Management, ci siamo dati una regola e abbiamo deciso che possiamo investire in società con un fatturato in cui le armi convenzionali non superino il 5%».

 

continua a leggere