a cura di Pinuccia Parini
Ben Buckler ha iniziato la sua esperienza a Baillie Gifford nel 2001, grazie a un programma di formazione per laureati, uno schema di reclutamento che dice molto sulla filosofia di lungo termine che l’asset manager adotta per reclutare il proprio personale. Dopo avere ricoperto il ruolo di fund manager, attualmente è investment specialist director sui mercati emergenti presso Baillie Gifford. Fondi&Sicav lo ha incontrato per discutere quali sono le opportunità che attualmente il comparto offre.
I mercati emergenti hanno attratto in diverse fasi l’interesse degli investitori, sia per le loro prospettive di crescita, sia come strumento per diversificare gli investimenti. Tuttavia, i ritorni generati dall’area hanno deluso le aspettative. Che cosa ne pensa?
«A Baillie Gifford, gestiamo strategie sui mercati emergenti da 30 anni e, al momento, siamo più entusiasti sulle prospettive sugli emerging di quanto non lo fossimo da molto tempo. Ma gli investitori la pensano diversamente e sono sottopesati su questa asset class sostanzialmente per quattro ragioni: i ritorni sono stati inferiori alle attese, il contesto macroeconomico è complesso, quello politico difficile da affrontare e non è chiaro da dove verrà la crescita. Di conseguenza, è forse comprensibile che per alcuni le prospettive attuali di questo segmento non siano particolarmente brillanti. Noi, invece, la pensiamo diversamente. Quando entrai a fare parte di Baillie Gifford nel 2001, questi mercati avevano appena conosciuto la crisi asiatica e i nodi da sciogliere allora erano legati al debito, al rischio stagnazione, al fallimento della teoria dello sviluppo. Ciò nonostante, la situazione cambiò in modo inaspettato nel corso dei 10 anni successivi: il peso delle economie emergenti passò dal 20% al 40% del Pil mondiale e gli indici delle borse afferenti quadruplicarono. Forse lo stesso scetticismo che permeò la mente degli investitori allora è presente anche nella situazione odierna e l’analisi dei rendimenti dell’ultimo decennio potrebbe indurre a trascurare un’opportunità entusiasmante».
I ritorni dei mercati emergenti (Em) sono stati però inferiori a quelli delle economie avanzate nell’ultimo decennio…
«È vero, e ciò ha creato diversi problemi agli investitori negli Em. Mentre l’offerta monetaria è esplosa, insieme alle valutazioni dei mercati sviluppati (Dm), i riflettori sono stati distolti dagli emergenti, le cui evoluzioni politiche ed economiche li hanno probabilmente resi più resilienti in questo periodo. Tuttavia, l’indice Em, dal 1987 (data in cui fu istituito) a oggi, ha sovraperformato quello Dm. Ma non voglio dilettarmi con le date e scegliere il punto d’osservazione che meglio corrobora la mia tesi, bensì invitare a una riflessione e ad ampliare l’orizzonte temporale».
Sì, ma negli ultimi 10 anni l’economia cinese è cresciuta sino a pesare il 30% del Pil mondiale. Perché questa forza non si è riflessa nei corsi dei mercati?
«Essere un investitore attivo significa puntare sui mercati finanziari, non sull’economia di un paese, e in molti casi vi è poca correlazione tra Pil e ritorni degli indici di borsa. Si prenda il caso della Turchia, per citare un esempio: negli ultimi 15 anni l’economia è cresciuta il 5% all’anno, ma l’indice azionario ha perso il 4% ogni 12 mesi. C’è una simile mancanza di correlazione in Cina, dove un mix di valutazioni e normative ha travolto i rendimenti di mercato, nonostante il quadro economico più positivo. Nel caso della Repubblica Popolare, è importante notare che negli ultimi tre anni è diventata un’area difficile in cui investire, viste le perplessità sulla transizione dell’economia nazionale, le crescenti preoccupazioni normative e l’aumento delle tensioni geopolitiche. A tutto ciò si è aggiunta una mancanza di fiducia interna dopo la pandemia. Ma ciò non cambia il fatto che la Cina, in quanto seconda economia e secondo mercato azionario al mondo, ha dimostrato di essere molto più innovativa di quanto molti credessero possibile. Le dimensioni dei suoi mercati e la portata delle sue ambizioni offrono vantaggi straordinari e il connubio tra una cultura imprenditoriale dinamica e politiche top-down audaci contribuisce a creare una serie di aziende leader a livello mondiale».
Come giudica le valutazioni dei mercati emergenti?
«Sono molto basse e le aspettative lo sono altrettanto, come accadde nel 2001. Negli ultimi 40 anni, per un investitore Em la preoccupazione sul contesto macroeconomico ha sempre riguardato il legame fra la politica monetaria americana e il suo impatto sulla crescita dei Paesi emergenti. E non è un caso che ogni crisi della regione sia stata storicamente guidata da un inasprimento dei tassi negli Stati Uniti. Questa volta ciò non è successo per la maggior parte dei mercati Em, nonostante l’inasprimento della politica monetaria americana più aggressivo da una generazione a questa parte, perché il focus sul debito in dollari e il legame con il biglietto verde si è rotto: dal 2013 la percentuale rispetto al Pil dei flussi in entrata sulle piazze finanziarie è stata negativa ogni anno. In uno scenario dove gli investimenti stranieri sono stati così limitati, la palla è passata agli investitori domestici, il cui peso è andato gradualmente aumentando, isolando i Paesi da possibili e repentini riscatti dall’estero. Le economie Em sono molto più resilienti di quanto non fossero in passato e più di quanto non venga loro riconosciuto. Ciò ci conforta, perché il contesto in cui andiamo a investire rimane favorevole, ma non cambia il nostro approccio che rimane puramente bottom-up».
Avete identificato alcuni trend che sostengono i vostri investimenti negli Em?
«Abbiamo individuato una serie di tendenze strutturali che sposteranno la crescita globale sui mercati emerging, come nel caso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. La sempre maggiore domanda di chip nel mondo potrà essere soddisfatta solo grazie a produttori asiatici come Tsmc, Samsung Electronics e Hynix. Se poi si considera la transizione energetica, è indubbio che la domanda di alcune materie prime, come il litio e il rame, sarà soddisfatta dai giacimenti che si trovano nei paesi emergenti. A ciò si aggiunge il fatto che la Cina è la nazione dove risiedono sei tra i primi 10 produttori mondiali di batterie elettriche e le maggiori industrie di veicoli elettrici».
Ma proprio in questi ambiti non risiedono rischi geopolitici?
«Sì, ma anche opportunità. Inoltre, non si può investire nei mercati emergenti senza tenere in considerazione che vi sono alcuni rischi geopolitici. È molto chiaro, ad esempio nel caso della Cina, che questi ultimi hanno avuto un impatto sugli attivi finanziari. In qualità di investitori bottom-up, non possiamo ignorare tali aspetti e a Baillie Gifford seguiamo le evoluzioni in questa area geografica molto da vicino grazie all’ausilio di esperti, poiché esistono alcuni elementi di imprevedibilità che possono portare a un deterioramento repentino di alcune situazioni. Tuttavia, se ciò che sta accadendo nel mondo porterà a una maggiore autosufficienza dei singoli Paesi, le nazioni Em si troveranno in una situazione favorevole per diverse ragioni. Nelle economie in via di sviluppo ci sono 7 miliardi di persone, di cui circa cinque vogliono continuare a commerciare con tutto il mondo, senza doversi schierare a fianco di uno stato piuttosto che di un altro. Tutto ciò sta già avvenendo. In aggiunta, l’intra-trade dei paesi Em è aumentato tanto che, presumibilmente, per loro il fenomeno della deglobalizzazione è impercettibile. Inoltre, la stessa riallocazione delle catene di approvvigionamento fuori dalla Cina sta favorendo nazioni come il Messico, la Corea del Sud e il Vietnam. Infine, è importante sottolineare che i combustibili fossili sono comunque necessari durante la transizione energetica e che la crescente ricchezza nelle economie in via di sviluppo probabilmente comporterà un maggiore fabbisogno di energia tradizionale durante la transizione di quei Paesi».
Se queste economie crescono, lo stesso succederà anche alla domanda interna?
«Si stanno raggiungendo livelli di ricchezza per cui è fondamentale fare crescere anche il mercato domestico: i consumi cinesi sono stati circa 9 trilioni di dollari nel 2020 e l’attesa è che diventino 15 trilioni nel 2030; l’India passerà da circa 2 trilioni nel 2023 a oltre cinque tra sei anni. Tutto ciò si traduce in un’ampia gamma di opportunità per le imprese. Penso che l’idea di aziende dei Paesi emergenti che producono beni poco costosi per l’esportazione sia cambiata profondamente negli ultimi 10 anni».
Quindi focus sulle società?
«I dati mostrano che, negli ultimi 30 anni, trovare aziende che si collocano all’interno del 20% di quelle con crescita più elevata, calcolata in dollari, permette di riscontrare un raddoppio del prezzo nell’arco di cinque anni. Questa è la nostra filosofia di base e cerchiamo di scovare quelle idee di crescita entusiasmanti e idiosincratiche che soddisfano questo requisito di alto rendimento. Ad esempio, in Cina siamo tendenzialmente neutrali rispetto all’indice, perché non vogliamo fare una scommessa macro in un momento di preoccupazioni macroeconomiche e geopolitiche di grande respiro, ma siamo entusiasti della qualità, dell’innovazione e delle opportunità che si presentano per un certo numero di aziende. In India, invece, siamo cauti:, anche se il Paese è forse una delle migliori storie di crescita strutturale in circolazione, rispetto a quella di diverse aziende cinesi. Da un punto di vista bottom-up, ma anche top-down, è il Brasile il paese che ci piace particolarmente. Abbiamo esposizione a due società che hanno una tipologia di crescita molto diversa: da un lato la petrolifera Petrobras, dall’altro Mercado Libre, un player importante nel settore del commercio elettronico in America Latina. E quest’ultimo è un chiaro esempio di come funziona la filosofia d’investimento di Baillie Gifford: trovare grandi opportunità di crescita, cercando le innovazioni e le persone che guideranno il cambiamento. Il futuro è ignoto, ma si può essere certi che le aziende eccezionali lo stanno portando avanti».

