La geopolitica non è mai stata un aspetto cui i mercati finanziari hanno prestato particolare attenzione, ma, negli ultimi anni, la situazione è cambiata e lo dimostrano le sfide attualmente in corso sul palcoscenico mondiale.
CRESCITA PIÙ SINCRONIZZATA
Ed è proprio la geopolitica che Norman Villamin, group chief strategist di Ubp, ritiene si rivelerà una fonte di volatilità sottostante per gli investitori in uno scenario macroeconomico che sarebbe, da un punto di vista ciclico, rassicurante. Infatti, la banca svizzera, nel suo outlook per il 2026, si attende un aumento del Pil globale di circa il 3%, guidato dagli Usa (+2,7%), dalla Cina (+4,7%) e dall’Asia. Il Pil europeo, invece, è previsto in calo (-1,1%), ma è una fase di transizione con la Spagna che rallenta un po’ e lo stimolo tedesco che comincerà a farsi sentire. L’inflazione è sotto controllo: in Europa è scesa verso il 2%, mentre negli Usa è più elevata e dovrebbe rimanere in media intorno al 3%. Per questa ragione, Ubp si aspetta che la Fed e la Boe recuperino terreno nel taglio dei tassi: entrambe dovrebbero portarli appena sotto il 3%. Ma il fattore che «sosterrà l’economia nelle diverse aree geografiche è la politica fiscale, che in Germania contribuirà al Pil per lo 0,8% e negli Usa per lo 0,9%, mentre il Piano quinquennale cinese avrà come punto focale lo stimolo dei consumi domestici. In pratica, tre delle maggiori regioni al mondo supportano la crescita, mentre le banche centrali mantengono una politica monetaria espansiva», ha commentato Villamin.
DUE TEMI STRUTTURALI
Tuttavia, il chief strategist, non manca di sottolineare che, «se da un punto di vista ciclico il quadro macroeconomico è positivo, rimane fondamentale tenere sotto osservazione due temi strutturali chiave che influenzeranno le dinamiche dei mercati quest’anno. Il primo è l’intelligenza artificiale, il secondo il cambiamento nell’ordine geopolitico, che vede il mondo dividersi tra due ordini che collidono tra loro: uno guidato dagli Usa, l’altro dalla Cina. C’è una corsa destinata a ridefinire aree chiave della sicurezza nazionale, delle tendenze demografiche e della produttività su scala trasformativa. Diviene, perciò, evidente che la geografia della competizione è sempre più legata alla sicurezza delle risorse naturali: l’accesso al petrolio e al gas, ai minerali critici, alla capacità di raffinazione e ai principali punti nevralgici marittimi sta influenzando le scelte di politica estera, le alleanze e l’assunzione di rischi», ricorda Villamin. Ed è per questa ragione che alcune aree geografiche sono considerate strategiche: dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Mar Cinese Meridionale all’America Latina. Si è di fronte a una corsa per ridefinire le aree di sicurezza nazionale, con gli Stati Uniti che si sono accorti di come, in certi ambiti, siano stati superati dalla Cina che ha aumentato la sua influenza nel mondo con iniziative quali la Via della seta e la sua presenza in aree cruciali per il trasporto delle merci americane. Secondo lo strategist, anche l’introduzione dei dazi non ha particolarmente colpito il Dragone, che ha dirottato le sue esportazioni dagli Usa all’Europa. Nel 2025, le partite correnti hanno riportato un forte avanzo commerciale totale che si avvicina a 1.200 miliardi di dollari.

