a cura di Pinuccia Parini
Gero Jung, chief economist di Mirabaud Asset Management, quando parla della società per la quale lavora, mette in rilievo soprattutto la vocazione alle gestione attiva e l’indipendenza totale. E non manca il riferimento a una storia aziendale che ha oltre 200 anni. Fatte queste premesse, il manager spiega la strategia di investimento di questi tempi difficili, che è basata comunque su una notevole cautela.
Qual è il vostro approccio d’investimento?
«La gestione attiva è nel nostro Dna di boutique altamente specializzata e con radici profonde. Abbiamo alle spalle la solidità e l’esperienza di un gruppo bancario con oltre 200 anni di storia. Possiamo offrire soluzioni di investimento ad alto valore aggiunto grazie a una gestione attiva, coniugata con un rigoroso approccio alla sostenibilità, su asset class di nicchia come le piccole e medie capitalizzazioni sull’azionario, il debito societario investment grade, l’high yield ed emergente nel reddito fisso, e le obbligazioni convertibili tra le strategie ibride. Siamo stati tra i principali sostenitori della gestione attiva, perché crediamo nel talento e nell’esperienza. Il successo del nostro fondo Haussmann, nato nel 1973, uno dei nostri flagship che a oggi è ancora tra i primi fondi di fondi hedge in Europa, è una conferma delle nostre expertise. Sul fronte della sostenibilità siamo firmatati dei Pri delle Nazioni Unite dal 2010, ben prima che diventasse un filone mainstream. Il nostro posizionamento di boutique specializzata, indipendente e a capitale privato, ci consente di avere un approccio di lungo termine, ma al tempo stesso flessibile e dinamico. L’indipendenza di pensiero è al centro del nostro approccio e ogni professionista degli investimenti è responsabile delle proprie decisioni di investimento. I nostri portafogli sono tipicamente unconstrained, con la possibilità di investire dove vediamo buone opportunità, e concentrati, in quanto seguono un approccio best idea e ad alta convinzione».
Quali sono le vostre attese sull’inflazione?
«Con l’avvicinarsi del 2023, tutti gli occhi rimangono puntati sui dati, ma ci aspettiamo che i fondamentali diventino più determinanti nel corso dell’anno. In base al consenso, l’inflazione statunitense ha raggiunto il suo picco e dovrebbe iniziare a diminuire. Se le attese verranno confermate e l’inflazione inizierà a raffreddarsi, saremo comunque ancora lontani dall’obiettivo del 2% della Fed; qualsiasi cambiamento sarà graduale. Prevediamo che i tassi d’interesse Usa rimarranno elevati per la maggior parte del 2023. In Europa, ci aspettiamo che, in seguito all’indebolimento del contesto economico e dei rialzi dei tassi attuati finora, l’inflazione inizi a scendere naturalmente. In caso contrario, c’è rischio di stagflazione. Quest’ultimo, in Europa, è leggermente superiore a quello degli Stati Uniti, perché l’economia è più debole e la Bce ha meno margine di manovra per aumentare i tassi di interesse, nonostante un’inflazione più o meno allo stesso livello di quella statunitense».
E le vostre aspettative in termini di crescita?
«Ci aspettiamo che la crescita economica mondiale subirà una significativa decelerazione. Le difficoltà delle catene di approvvigionamento dovute alla guerra in Ucraina, da un lato, e alla politica zero-Covid della Cina, dall’altro, stanno pesando sull’attività. L’inflazione elevata e l’inasprimento delle condizioni finanziarie contano sulle prospettive. Prevediamo che la crescita globale rallenti, passando dal 6% del 2021 a circa il 3% nel 2022. Si tratta di una diminuzione di ampia portata, che interesserà, sia le economie avanzate, sia quelle in via di sviluppo, e che continuerà anche nel 2023».
Nel contesto delineato, come posizionarsi sui mercati?
«Riteniamo che sia ancora prematuro aumentare l’esposizione azionaria nei nostri portafogli, poiché il picco dell’inflazione e dei tassi non è ancora stato raggiunto. Tuttavia, le obbligazioni offrono opportunità interessanti, in particolare nel segmento corporate investment-grade, dove il profilo rischio/rendimento è di nuovo favorevole e gli spread creditizi sono superiori alla loro media di lungo periodo. Privilegiamo le scadenze brevi su emittenti di qualità. Per quanto riguarda le obbligazioni sovrane, preferiamo una duration elevata. Al di sopra del 4%, la parte a lunga scadenza della curva offre rendimenti interessanti e protezione da uno scenario di grave recessione. A livello settoriale, abbiamo un’esposizione difensiva sui beni di consumo e sulla sanità, nonché sul settore energetico. Rimaniamo sovraesposti sul dollaro Usa, che beneficia della politica monetaria della Federal Reserve e della relativa forza dell’economia statunitense rispetto agli altri paesi sviluppati».
Ritenete che i rendimenti attuali sui mercati obbligazionari costituiscano un livello di acquisto?
«Abbiamo già acquistato obbligazioni statunitensi sovrane a lunga scadenza a ottobre, quando il rendimento ha superato il 4%, come copertura contro i rischi di recessione futuri. Abbiamo anche messo in portafoglio obbligazioni investment grade in Europa e negli Stati Uniti, poiché il rapporto rischio/rendimento era interessante per questa classe di asset, soprattutto nel Vecchio continente. Non compreremmo titoli obbligazionari alla luce del recente calo dei rendimenti e degli spread, ma potremmo considerare di aumentare la nostra esposizione all’inizio del prossimo anno, quando i mercati obbligazionari rifletteranno la svolta da falco delle banche centrali e con spread societari più elevati».
Pensate che il mercato azionario abbia già scontato una possibile futura recessione?
«No, riteniamo che il mercato azionario non abbia ancora prezzato la possibilità di una recessione negli Stati Uniti il prossimo anno. La crescita attesa degli Eps per il prossimo anno è del 6,8% e del 2,0%, rispettivamente negli Stati Uniti e in Europa. Ci aspettiamo che gli investitori inizino a rivedere al ribasso le previsioni sugli utili per azione all’inizio del prossimo anno, quando si manifesteranno i primi segnali di rallentamento del mercato del lavoro negli Stati Uniti. Per quanto riguarda le valutazioni, riteniamo che i mercati azionari abbiano già scontato gran parte dell’aumento dei tassi d’interesse reali, ma potrebbe verificarsi un’ulteriore correzione se le banche centrali si dimostreranno più aggressive».
Avete qualche preferenza in termini di stile d’investimento per il 2023?
«Riteniamo che sia ancora troppo presto per acquistare titoli growth. Aspetteremmo un vero e proprio cambio di rotta da parte delle banche centrali prima di acquistare più titoli growth e tech, anziché value e difensivi».

