A colloquio con Karin Kunrath, chief investment officer di Raiffeisen Capital Management
Il 2024 è un anno di “super elezioni”. Ciò significa maggiore incertezza per gli investitori?
«L’inflazione e i rischi geopolitici sono stati fattori importanti per i mercati finanziari e, in particolare, per quelli obbligazionari. In passato le elezioni sono state un elemento di volatilità e non ci sorprenderebbe se lo fossero anche nel 2024 e ciò vale, soprattutto, sia per le consultazioni nell’Unione Europea, sia per le presidenziali negli Usa. Riteniamo che tra i temi principali di entrambi gli eventi ci saranno la questione del protezionismo e il futuro del green deal, messi in discussione dalle forze populiste».
Quali sono le vostre previsioni sui tassi di interesse e, di conseguenza, la vostra strategia sul mercato obbligazionario?
«Manteniamo una visione favorevole sui titoli a lungo termine con scadenze fino a 10 anni, che rappresentano un’opportunità per ottenere rendimenti storicamente elevati per un periodo prolungato. In prospettiva, riteniamo che sia più probabile che l’Eurozona torni a un regime di bassa inflazione e bassi tassi d’interesse, piuttosto che rimanga nell’attuale contesto di alti livelli d’inflazione e alti tassi della Bce. Ci aspettiamo che i Bund decennali si posizionino in una fascia compresa tra il 2% e il 2,4% su un orizzonte di 12 mesi. Per quanto riguarda il credito societario, abbiamo assistito a un sostanziale restringimento degli spread. Anche se al momento non vediamo un grosso rischio di allargamento di questi ultimi, stiamo diventando un po’ più cauti vendendo titoli di bassa qualità e acquistando titoli di qualità superiore».
Come possono influire sulla performance delle diverse classi di attivo tassi più alti per un periodo più lungo?
«Dipende dal motivo per cui i tassi sono più alti per un periodo più lungo. Se questi ultimi sono il risultato di una forte crescita economica, gli asset rischiosi, come le azioni e le obbligazioni ad alto rendimento, possono ancora registrare buone performance. Le obbligazioni investment grade non dovranno necessariamente soffrire, poiché la performance assoluta di questi strumenti è sostenuta da un carry interessante. D’altro canto, se i tassi fossero spinti al rialzo da un aumento dell’inflazione, la valutazione sarebbe diversa, perché lo scenario sarebbe negativo per la maggior parte delle asset class. In tal caso, infatti, le banche centrali non avrebbero l’opportunità di ridurre i tassi d’interesse, anche in un contesto economico debole: sarebbero anzi costrette ad aumentarli nuovamente. Una simile situazione si è sviluppata durante il 2022, quando, sia le obbligazioni, sia le azioni hanno sofferto in modo considerevole».
In un contesto di crescita economica che prevedete modestamente positiva, perché vi attendete una ripresa significativa degli utili aziendali?
«Esiste una certa dispersione nelle prospettive dei diversi settori. Se da un lato c’è incertezza nei segmenti più legati ai consumi, dall’altro vediamo un aumento degli ordini per i software o i semiconduttori. Prevediamo una ripresa degli utili, in particolare grazie agli incrementi di efficienza operativa. La gestione delle spese sarà al centro dell’attenzione e guiderà la produttività futura. Il tema dell’intelligenza artificiale (Ai) può iniziare ad avere un ruolo di guida dell’efficienza in un contesto aziendale e stiamo sentendo molte imprese che la stanno testando che vanno in questa direzione».
Che cosa pensate dei mercati azionari e quale stile di investimento preferite?
«Per il momento abbiamo una visione costruttiva, guidata da un’espansione economica moderatamente positiva, da solidi utili societari, da un tasso d’inflazione in lento ma costante calo e dall’inizio di un ciclo di allentamento. Soprattutto negli Stati Uniti, la crescita economica dovrebbe sostenere i mercati azionari in generale. Siamo convinti che una combinazione di solidità finanziaria e sostenibilità dovrebbe portare a rendimenti superiori nel lungo periodo. Attualmente, prevediamo che i tassi d’interesse diminuiranno nel corso del 2024, in particolare nella seconda metà dell’anno. Dal punto di vista dello stile, ciò dovrebbe favorire i titoli growth piuttosto che quelli value. A livello settoriale, privilegiamo i titoli tecnologici, perché riscontriamo un maggiore rialzo dovuto all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei prodotti e, di conseguenza, possibili aumenti di prezzo. Ci attendiamo, inoltre, un anno positivo per il settore della salute, in quanto siamo convinti che ci sarà una ripresa dei prezzi delle azioni dopo la performance negativa dell’ultimo anno».
Il mercato azionario cinese continua a deludere: le valutazioni sono basse, ma non c’è il rischio che diventi una value-trap?
«Le basse valutazioni del mercato azionario cinese suscitano preoccupazioni riguardo a una potenziale value-trap, in cui i titoli appaiono a buon mercato ma sono fondamentalmente poco solidi. Tuttavia, considerando il contesto economico più ampio, questa visione potrebbe essere eccessivamente pessimistica. Nonostante i notevoli venti contrari, come il calo della domanda globale e le continue sfide rappresentate dal settore immobiliare, si prevede che l’economia cinese crescerà di circa il 5% nel 2024. Questa proiezione, benché modesta rispetto agli standard storici, indica una capacità di recupero e un potenziale di ripresa. I critici spesso sottolineano le basse valutazioni come indicative di problemi fondamentali delle società cinesi e dell’economia in generale. L’indice Msci China è scambiato a circa nove volte il P/E a 12 mesi, una deviazione standard inferiore alla media di lungo periodo dal 2010. Tuttavia, questi livelli potrebbero anche rappresentare opportunità sottovalutate, soprattutto per gli investitori a lungo termine. La chiave sta nel sapere discernere tra le aziende fondamentalmente solide, temporaneamente colpite da pressioni esterne, e quelle con problemi strutturali più profondi. Pertanto, sebbene la cautela e l’analisi approfondita siano essenziali, liquidare l’intero mercato azionario cinese come una value-trap significa trascurare le potenziali opportunità per gli investitori».
Gli investimenti sostenibili stanno vivendo un momento di stanchezza? Le performance stanno deludendo le attese?
«Negli ultimi due anni temi come la guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche, l’aumento dell’inflazione e gli elevati tassi di interesse sono stati al centro dell’attenzione degli investitori, a discapito della sostenibilità. Gli asset manager, come Raiffeisen Capital Management, che prendono sul serio l’integrazione della sostenibilità nei processi di investimento, mantengono la loro convinzione e, naturalmente, sviluppano ulteriormente il tema dell’investimento responsabile. Le nostre analisi mostrano che a livello aziendale non c’è stanchezza. Vediamo, ad esempio, obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica guadagnare sempre più terreno o società che migliorano i loro rapporti di lavoro per diminuire il turnover e mantenere il know-how in azienda. Inoltre, i requisiti normativi spingono le imprese ad aumentare i loro sforzi di sostenibilità, in particolare nell’Unione Europea. L’andamento delle performance degli investimenti sostenibili non è tanto legato alla sostenibilità in sé, quanto piuttosto ai livelli di market cap e di valutazione. Soprattutto le small e mid-cap hanno registrato un periodo di performance piuttosto deludente, perché l’andamento del mercato è stato guidato da alcune selezionate società tecnologiche, piuttosto che da un’ampia gamma di aziende».

