a cura di Pinuccia Parini

Supriya Menon, Multi-asset Strategist di Wellington Management

A colloquio con Supriya Menon, Multi-asset Strategist di Wellington Management.

Si continua a parlare di deglobalizzazione. Ci sono segnali tangibili che ciò stia avvenendo?

«Credo che ci siano alcuni segnali che indichino il superamento del picco della globalizzazione. Basterebbe considerare una serie di dati tra i quali il più importante è la percentuale sul Pil dei beni e dei servizi del commercio globale, che ha raggiunto il punto massimo. Inoltre, se si esamina la crescita della forza lavoro rispetto alla popolazione complessiva, si può desumere che, anche in questo caso, sia stato raggiunto l’apice. Infine, sono aumentate le restrizioni imposte a livello commerciale».

Le ragioni che ha elencato, tuttavia, non sono evidenze di recenti evoluzioni…

«È vero, non sono fenomeni che si sono manifestati di recente, bensì hanno iniziato a prendere corpo nell’arco degli ultimi 10 anni e va detto che ci sono altre evidenze che mostrano un trend opposto. Ad esempio, vediamo ancora un incremento esponenziale delle proprietà intellettuali e dei dati, così come i flussi d’investimento dei portafogli. Ciononostante, la metrica più importante che si ha a disposizione, il commercio globale, mostra che la globalizzazione ha raggiunto un punto di flesso».

Quali saranno, a suo parere, gli sviluppi futuri di questa situazione?

«Penso che ci sarà un’accelerazione del fenomeno grazie a due fattori principali. Il primo riguarda la sicurezza nazionale e la necessità di proteggere alcuni settori come l’energia e i semiconduttori, oltre che di cercare di assicurarsi un maggiore controllo delle catene di approvvigionamento. Il secondo è che le politiche industriali, per una serie di diverse ragioni, tra le quali la volontà di proteggere il mercato del lavoro domestico, sono sempre più indirizzate a incentivare e facilitare il reshoring delle attività: l’Inflation reduction act americano ne è un chiaro esempio, ma anche altri paesi si stanno muovendo in una simile direzione; il segnale chiaro di questo trend è confermato anche dal picco toccato dagli investimenti diretti. Inoltre, ci sono ulteriori situazioni che stanno prendendo corpo e stanno delineando nuovi scenari: la Cina sta registrando un calo della popolazione e, dopo la pandemia, con l’ascesa dei partiti di destra in Europa, osserviamo che il fenomeno della migrazione globale ha registrato un rallentamento per le misure più rigide che cercano di contingentare la mano d’opera straniera. Nel caso degli Usa, una delle ragioni per cui la forza lavoro non è aumentata è da imputare a una diminuzione dei flussi migratori».

I rischi geopolitici accentuano il processo di deglobalizzazione?

«Il mondo è entrato in una nuova fase, diversa dalla precedente, ed è un tema che, al nostro interno, è oggetto di profonde riflessioni per esaminare quali cambiamenti economici il trend attuale potrebbe comportare e le eventuali ricadute sulle decisioni d’investimento. Per esplicitare meglio questo concetto, citerei il caso delle catene di fornitura che, diventando più frammentate e meno efficienti proprio per il fenomeno della deglobalizzazione, possono provocare un aumento dei costi e alimentare l’inflazione. C’è poi la richiesta di una redistribuzione della ricchezza e di ammortizzare il costo della vita, insieme alla presenza di una maggiore domanda aggregata derivante dalla spesa fiscale. In questo contesto, è presumibile supporre che le banche centrali lascino salire l’inflazione a livelli superiori agli obiettivi che si sono date».

Un chiarimento: il reshoring potrebbe causare una minore efficienza delle filiere di approvvigionamento?

«Sì, perché si tratta di replicare un modello che, per essere reso resiliente, ha bisogno di maggiore flessibilità e genera, di conseguenza, inefficienza economica.Anche perché non necessariamente il luogo di ricollocamento della filiera potrebbe essere quello che valorizza le condizioni di produzione. Deglobalizzare non è certo un processo semplice ed è difficile anche per le aziende adottarlo: sganciarsi dalle forniture cinesi non è privo di complicazioni e comporta un costo».

È difficile tradurre il rischio geopolitico in un’asset allocation?

«È molto difficile, perché è un fattore che persiste nel tempo ed è complesso da incorporare nella configurazione di un portafoglio. Ciononostante, per fare un esempio del nostro modo di operare, dopo avere rilevato che il decoupling tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti è un fenomeno in corso, abbiamo deciso di scorporare la Cina dal resto dell’universo dei paesi emergenti e di condurre una gestione del rischio in modo separato delle aree geografiche in questione».

Queste sue considerazioni quali scenario la portano a delineare?

«Un mondo con minore crescita, inferiore produttività ed efficienza nel sistema, che significa un mix di crescita e inflazione più avverso, che penso rimarrà sui livelli attuali: è un contesto non particolarmente favorevole per gli attivi rischiosi, soprattutto nei momenti di volatilità».

Ci sono opportunità per gli investimenti?

«La divergenza tra le diverse aree geografiche potrebbe offrire opportunità da cogliere attraverso una gestione attiva. Infatti, le componenti principali che alimentano i prezzi al consumo variano a seconda dei paesi. Ciò significa che ci saranno politiche monetarie e condizioni economiche sottostanti differenti». 

Sta asserendo che ciò che deciderà la Fed non condizionerà la Bce?

«No, ma che ci sarà maggiore discrepanza nelle decisioni prese e non si tratta solo di sfasamento temporale, ma di scelte di politica monetaria. Di fatto, stiamo già assistendo a un fenomeno simile in Giappone e in Cina».

Ritiene quindi che il Giappone e la Cina siano interessanti?

«Ne abbiamo discusso al nostro interno e abbiamo convenuto che il passaggio dalla deflazione all’inflazione è positivo per il Sol Levante: ciò ci ha portati a decidere di sovrappesare l’area nei nostri portafogli dalla metà dello scorso anno. Abbiamo infatti concluso che questo cambio di regime avrà un significativo impatto positivo per il Giappone, sia per le aziende, sia per i consumatori. Inoltre, la politica monetaria è rimasta espansiva e, guardando alle dichiarazioni della Bank of Japan, ci aspettiamo che sia di sostegno. Sulla Cina abbiamo invece ridotto l’esposizione a neutrale. Nel paese si intravedono alcuni germogli economici e le valutazioni azionarie sono piuttosto basse, ma il mercato immobiliare e la geopolitica rappresentano fattori negativi».

Qual è la sua strategia d’investimento?

«L’economia globale rimane solida, ma dopo un ritardo maggiore rispetto ai cicli precedenti, l’aumento dei tassi d’interesse comincia a farsi sentire, con segnali di raffreddamento nel mercato del lavoro e in quello immobiliare. Da un punto di vista tattico (12 mesi), continuiamo a privilegiare l’obbligazionario difensivo (titoli di credito e governativi investment grade) rispetto alle azioni e agli Hy. Manteniamo una posizione moderatamente di sovrappeso sui titoli di stato a livello globale: questo è il nostro outlook sulla duration, che si basa sulla previsione che la crescita rallenterà. In termini di aree geografiche, preferiamo gli Stati Uniti e l’Europa, con una duration leggermente lunga. Siamo overweight sul Giappone, ma sottopesiamo l’azionario europeo e anche quello Usa, dove il mercato non sembra avere scontato l’effetto dell’aumento dei tassi reali. Rimaniamo positivi sulle materie prime: la domanda di rame per l’elettrificazione supererà probabilmente di gran lunga l’offerta e prevediamo che l’oro sia un’efficace copertura contro la stagflazione».

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