Il forte afflusso di capitali verso l’America Latina — con 3,6 miliardi di dollari netti raccolti tra il 2025 e il 2026 — evidenzia un chiaro consenso tra le case d’investimento, lasciando tuttavia aperti diversi interrogativi strategici.

A unire i gestori intervistati da Fondi&Sicav è innanzitutto la ricerca di diversificazione rispetto alle valutazioni elevate del listino USA e alla concentrazione sulle mega-cap tecnologiche. La regione beneficia inoltre dei grandi trend globali grazie alla forte domanda di materie prime (rame, litio, energia e alimentari), essenziali per la transizione energetica, le reti elettriche e l’infrastruttura dell‘IA. A ciò si aggiunge un ciclo dei tassi favorevole, frutto delle strette monetarie anticipate che oggi lasciano spazio a tagli a sostegno di consumi e utili, oltre a valutazioni complessive che restano storicamente a sconto nonostante i recenti rialzi dell’indice MSCI EM Latin America (+27-30% in 12 mesi).
Accanto alle convergenze emergono però marcate divergenze. Le prospettive sul Messico dividono chi scommette sul fenomeno del nearshoring verso gli USA da chi teme i rischi legati alle intese commerciali con Washington. Sul fronte delle performance future, ci si interroga se la spinta arriverà dall’espansione dei multipli per via dei tassi più bassi o solo dalla reale crescita dei profitti aziendali.
Tali divergenze si riflettono anche nella scelta degli strumenti, tra chi privilegia l’azionario legato ai consumi interni e chi punta su soluzioni multi-asset o sul credito distressed nei settori minerario ed energetico. Sullo sfondo rimane centrale il fattore Brasile: pur essendo la top pick dell’area per valutazioni, l’amministrazione Lula alimenta dubbi sulla disciplina di bilancio, laddove il ripristino della credibilità fiscale resta il requisito chiave per un calo duraturo dei tassi reali di lungo periodo.
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